• venerdì 30 novembre ore 14.00-17.00

    Zonaprotetta offre test Hiv gratuiti a risposta rapida venerdì 30 novembre. L’occasione è quella della Giornata mondiale di lotta contro l’Aids (che cade il 1° dicembre). I test di Zonaprotetta danno risposta dopo circa 20 minuti; sono test di 4° generazione che possono essere effettuati 6 settimane dal rischio occorso.

    Per i test a Zonaprotetta non è necessario appuntamento; dalle ore 11 del venerdì 30 ci sarà un rinfresco offerto per i visitatori.

    Segnaliamo anche l’adesione del negozio H&M del Ticino  i cui collaboratori  nei suoi “stores” di Lugano centro, Grancia, Tenero e Balerna (Serfontana) indosseranno  una maglietta di solidarietà con il fiocco rosso della Giornata. 

    Il comunicato di Zonaprotetta per il 1°dicembre.

  • Damien, interpretato da Vincent Elbaz, è un giovane donnaiolo, seduttore incallito e intraprendente. Conduce una vita scandita tra i locali della movida parigina, i successi lavorativi e le conoscenze occasionali.

    Porta con sé un trauma infantile, che lo rende particolarmente maschilista, sessista e irrispettoso verso le donne che incontra (sia nella vita privata sia in quella lavorativa).
    La routine quotidiana procede normalmente finché, in seguito ad un piccolo trauma, il mondo si capovolge e sono le donne a fare le padrone.
    Je ne suis pas un homme facile (tradotto, Non sono un uomo facile) è una commedia francese avvincente. Diretta da Eléonore Pourriat, presenta la vita di tutti i giorni vissuta al femminile, soggetta a sessismo e discriminazione di genere; un’esistenza che fin dalle individuali realtà familiari affonda le radici nella disuguaglianza. Tutto da un unico punto di vista: Damien, rappresentate del nuovo sesso “debole”, vittima di un repentino scambio di ruoli del quale è totalmente estraneo! Il nostro protagonista racconta quello che purtroppo molte donne vivono e sono costrette a sperimentare ogni giorno.

    Fin dalle prime battute, il film risulta essere lento; forse è volontà del regista evidenziare l’aspetto costante e duraturo di una quotidianità incessantemente svantaggiosa, noiosa e povera di cambiamenti che migliorino le difficoltà quotidiane. C’è una svolta iniziale, incisiva, col capovolgimento della realtà sociale, tuttavia il ritmo delle scene che seguono non riporta un’accelerazione significativa. Aumenta l’apparato descrittivo: dettagli, gesti e aspetti che al meglio sottolineano la disparità di genere, posti in pieno risalto essendo gli uomini i soggetti coinvolti. Dallo svenimento alla presa di coscienza che il concetto di “maschio alfa” sia un retaggio antico, Damien deve confrontarsi e accettare di essere “oggetto” della libidine altrui, di apprezzamenti, di proposte sessuali in cambio di favoreggiamenti, di scarsa considerazione e licenziamento; obbligato a indossare pantaloni attillati, usufruire di smalti e cerette, rendersi bello e attraente.
    L’uomo subisce molestie, violenze e umiliazioni, sono le donne a vestire le cravatte, guidare grandi macchine e a infastidire gli uomini per strada.
    La nuova condizione di “uomo oggetto” lo indurrà a reagire, prendere coscienza del proprio valore in quanto essere umano e a partecipare, lottando per i propri diritti, a un movimento “maschilista” deriso e criticato dall’opinione pubblica come irrispettoso e vergognoso.

    Non manca la rappresentazione di una dimensione privata sentimentale.
    Coprotagonista, Marie-sophie Ferdane, nelle parti di Alexandra (in principio segretaria ribelle ed emancipata assunta da Christophe, migliore amico di Damien), nel nuovo mondo, scrittrice di successo sfrontata e spregiudicata. Un “playboy” tutto al femminile che si diverte a collezionare biglie secondo il numero dei partner sessuali e le prestazioni; abituata a frantumare i sentimenti e i sogni di giovani uomini, infatuati dai modi di fare accattivanti.
    In questo continuo processo di inversione di ruoli l’apice giunge quando Damien si innamora di Alexandra. Egli dovrà far fronte alla delusione in amore, l’inganno e i modi di fare bruschi. Si sentirà un numero nella vita provata della sua amata e tradito in tanti atteggiamenti che egli stesso nella sua vita precedente riservava alle numerose ragazze conosciute.

    Je ne suis pas un homme facile, esce nel 2018 nelle sale cinematografiche francesi per poi essere acquistato da Netflix; unico nel suo genere, vanta un discreto successo. Con i suoi 108 minuti, rappresenta un mondo assurdo, dove per una volta sono gli ormoni femminili a vincere sul testosterone, e dove la gravidanza è espressione e giustificazione “naturale” della supremazia femminile; dove non sono più i seni a essere oggetto di desiderio mediatico ma i glutei maschili, dove per gli uomini l’unica alternativa lavorativa al segretariato è la famiglia o la ristorazione.
    Un susseguirsi di commenti e giustificazioni da parte del nuovo sesso dominante che, nell’insensatezza degli assiomi, fa capire come non ci sarà mai una dimostrazione verace: stereotipi di genere, opinioni precostituite e senza fondo di verità, puro sessismo. Interessante notare le battutine pungenti, in entrambi i mondi (prima e dopo il capovolgimento), a sfavore di minoranze predilette: ulteriormente discriminata risulta essere l’omosessualità (come si può notare in ripetute battute, ora da parte di Christophe e poi da parte di Alexandra, in entrambi i mondi, “Sarà lesbica!”, “Sei Gay?”, considerazione spregiativa per assimilazione a una categoria sociale meno considerata).

    Il finale non tradisce lo stile cinematografico francese, ambiguo e ricco di suspense! Un ribaltamento sociale ulteriore, conclusivo. Alexandra ne è ora la vittima prescelta. Attonita e incredula, verso un mondo al quale non sente appartenere, osserva spaurita un corteo cittadino che si batte per i diritti femministi, tra le file Damien.
    Buona visione.
    Scritto da Stefano Macario

  • Una sera d’estate infrasettimanale: un paio di birre, qualche sigaretta e amici. Un po’ di relax a fine di giornata. Finché entra un ragazzo, non è un cliente abituale. Si avvicina al bancone, con un amico alle spalle, e chiede: “Una media scura, grazie!”. Al cenno di assenso del barista, continua a conversare col ragazzo che gli è accanto. Ha un timbro di voce caldo, profondo, è alto e muscoloso quanto basta. E’ lui! Il nostro “papabile” principe azzurro. Da uno stato di riposo, repentinamente il cervello comincia a elaborare grandi informazioni, escogitare tecniche di seduzione, analizzare ogni singolo dettaglio. Cinque, dieci… trenta minuti (vince chi delle pippe è un grande atleta) di intense discussioni fino a quando si giunge al capolinea di una meccanica catena di deduzioni: è forse gay?
    In queste poche righe romanzate leggiamo una situazione molto diffusa. E della conclusione che dire? C’è una domanda che per molti prende connotazioni esistenziali; un interrogativo vissuto da una buona parte della comunità LGBT e non solo!
    Un’impresa titanica nel valutare: outfit (la tenue), timbro di voce e movenze, atteggiamento, camminata etc. Cerchiamo lo sguardo e ne valutiamo l’accuratezza delle sopracciglia. Come giudici in un tribunale si aspetta qualche movimento del polso accentuato affinché si possa dire:- A mister “x” piacciono i maschietti!-.
    Non sarà mai una certezza, perdiamo tempo e di questi attimi ricchi di wasting time crediamo ancora che l’orientamento sessuale si concluda nel colore di una maglietta abbinato o dal taglio attillato dei pantaloni.

    Ci siamo imbattuti nel grande mondo degli schemi culturali, la vita quotidiana degli stereotipi con i quali siamo cresciuti, e ai quali siamo vincolati. Un unico e costante ideale di riferimento: “Il maschio alfa”. Le generalità che lo riguardano sono un rigido elenco di caratteristiche ben definite affinché si possa appartenere alla classe dominante e goderne delle agevolazioni che per “natura” (certa gente crede ancora in giustificazioni naturaliste) sono concesse: urinare in zone pubbliche, guardare le ragazze in maniera libidinosa e poco decorosa, comportamento aggressivo, scatti d’ira, atteggiamenti poco fini ed eleganti nella relazione di coppia etc. molto altro.
    Parliamone! Se fosse una donna? Le sventurate rispondano.
    Espressioni generali quali: “Fare da uomini”, oppure “Ragazzate!”, o ancora “Massi, E’ un uomo!” si rivelano essere un ricco susseguirsi di locuzioni che in origine presentano un’unica opinione collettiva. Giustificano o colpevolizzano a priori un comportamento civilmente discutibile.

    In un collage di informazioni che ci insegna a considerare un maschio poco atletico e poco coraggioso una “femminuccia”, come se essere portatori di qualche componente femminile sia sinonimo di debolezza o spregio, pensare che le donne siano più sensibili mentre l’uomo non lo sia per “natura” -ritorna questo tanto amato termine-, cosa è lo stereotipo? Quanto è in grado di condizionare la nostra opinione personale su una donna giudicata collettivamente in maniera negativa se supera un determinato numero di partener sessuali? Che cosa ci fa credere che un uomo gay debba per forza essere effeminato? Geloso? Nervoso? Un uomo non può farsi la ceretta o la pedicure per far sì che la comunità non dubiti sia omosessuale?

    Definiamo: gli stereotipi sono “idee, opinioni precostituite su persone o gruppi, che prescindono dalla valutazione razionale del singolo individuo” (Treccani). Sono il frutto di un processo di generalizzazione eccessiva, la semplificazione di un determinato aspetto sociale, in conclusione: una falsa “operazione deduttiva” (un ragionamento sbagliato, avvalorato da un’esperienza che giudichiamo “certa”, nei fatti è vincolata da gradi di valutazione corrotti).
    Gli effetti negativi nel nostro modo di pensare e credere, nel nostro modo di relazionarci col mondo circostante, sono molti: chiusura mentale, arretratezza culturale, blocco. Le “false opinioni generalizzate” si cristallizzano a tal punto da vincolare il singolo individuo a una condizione di conoscenza stagnante. Il nostro raggio di azione, nel valutare e scoprire l’uomo in maniera universale, è limitato!
    Non vi è ombra di dubbio, fanno male e limitano la nostra libertà, individuale e collettiva. Peggiorano le nostre condizioni di salute; introduciamo il fenomeno del minority stress, presentato e studiato dal Vittorio Lingiardi (psichiatra e professore ordinario di psicologia dinamica presso l’Università Sapienza di Roma): “Quando gli stereotipi colpiscono delle minoranze sociali (romeni, omosessuali, etc.) quella parte della popolazione conviverà con una pressione sociale costante e tale da recare statisticamente maggiori problemi di salute o minor attenzione alle cure necessarie della propria persona”.

    Ci riferiamo sempre a un contesto sociale e non individuale; identifichiamo all’origine del problema un soggetto (io) che entra in relazione con la realtà circostante, percepita “indipendente” e “estranea”.
    La nostra realtà per “eccellenza”, con la quale cresciamo e maturiamo, è la vita quotidiana: culturale, materiale e infine un terzo e ultimo livello, la realtà/vita che nasce tra la condivisione di più individui che possiedono delle conoscenze comuni. Il quotidiano è sì composto da aspetti evidenti, constatazioni, è costituito di routine, è limitato nello spazio e nel tempo.
    Il mondo che conosciamo è certo; tuttavia è proprio da queste certezze che l’uomo crea e impara a farsi delle domande, in termini tecnici diremo: problematizza l’ovvio.

    In questa ampia dinamica di ricerca e condivisione accade che si scopra qualcosa di nuovo, e il nostro “io” di fronte alla novità prova timore e curiosità: “L’uomo incontrando l’ignoto prova paura!”. La novità spaventa, ci induce a creare preconcetti, opinioni deduttive e risolutive, affinché questo sentimento “negativo” suscitato e le domande che con esso nascono si possano attenuare. Non siamo in grado di rispondere a tutto in maniera veloce rispetto il nuovo.
    I sociologi e filosofi Berger e Luckman affermano: “Le risposte date dalla paura, nell’uomo, si cristallizzano nel corso del tempo e si trasmettono ai posteri”.
    Sappiamo quindi il periodo della nostra vita durante il quale cominciamo a masticare il pane degli stereotipi: l’infanzia.

    Torniamo ora alla definizione presentata in principio, nello specifico tratteremo gli stereotipi sociali: insieme coerente e rigido di credenze che un certo gruppo condivide. Da notare: non vanno confusi con i pregiudizi. Questi ultimi possiedono anche forti componenti emotive, sono molto più pericolosi in quanto giudizi che precedono l’esperienza sensibile! Vi è la tendenza a considerare a priori negativamente le persone che appartengono a una determinata categoria sociale, ad averne paura, avversale.
    Mentre il primo rimane confinato all’astratto, il secondo risulta essere la sua concretizzazione modificando realmente il mondo circostante. La manifestazione pratica dello stereotipo nel pregiudizio ha dato origine e da origine nella nostra società a: nazionalismo, pregiudizi etnici, antisemitismo, infine, ai pregiudizi di “genere”.
    Se pensiamo a questi ultimi è facile tornare ai riferimenti, e alle espressioni come quella più sopra esposta “non fare la femminuccia”. La nostra società è di tradizione, e forse tutt’oggi rimane, maschilista. Lo spregio che si ha culturalmente verso la categoria delle donne è tale da riversarsi come appellativo spregiativo contro altre minoranze, e noi omosessuali in particolare ne siamo coinvolti con generalizzazioni comuni quali “gay effemminato”, “femminuccia”, la scarsa considerazione avviene con l’assimilazione dell’omosessualità alla classe femminile ritenuta meno rilevante o importante.
    I ruoli di genere e le considerazioni erronee a riguardo coinvolgono tutti e molto di più di quanto possiamo pensare: siamo tutti egualmente limitati nella nostra liberta. Vivendo con gli stereotipi non si può scegliere: in quanto uomo perché costretto a rispettare precise etichette, in quanto donna, confinata con stigmatizzazioni costanti.

    L’illuminismo e la volontà sono ancora oggi dei medicamenti efficaci. La ragione, la cultura e la conoscenza insieme all’empatia e alla capacità di andare oltre a noi stessi, può aiutarci a vincere questo grande male.

  • Un diciottenne spagnolo ha immortalato il momento in cui ha trovato il coraggio di dichiarare la propria omosessualità ai genitori.
    2 milioni di visualizzazioni in meno di tre giorni, con decine di migliaia di retweet e centinaia di migliaia di commenti.
    Alejandro Rodriguez ha 18 anni appena e ha condiviso sul proprio profilo Twitter il momento stesso in cui ha fatto coming out con i propri genitori, dal sedile posteriore dell’auto in cui stavano viaggiando.

    “27 luglio 2018. Oggi ho fatto coming out con i miei genitori, ero così spaventato perché non è facile uscire allo scoperto. Ho amato le loro reazioni e il loro piccolo consiglio che mi hanno dato, posso finalmente vivere la mia vita, amo i miei genitori e tutte le persone che mi hanno sostenuto durante il mio viaggio“.

    Questo il messaggio condiviso via social da Alejandro, in lacrime nel video in cui chiede scusa alla mamma per le lacrime versate. ‘Perché stai piangendo’, gli chiede la donna in spagnolo. ‘Perché ho visto dei video in cui i genitori ripudiano i figli gay’, la replica del giovane, a cui la madre ha risposto con enorme dolcezza: ‘No, tu sei sempre lo stesso e noi ti amiamo per questo’. ‘Siamo orgogliosi di te, sei un bravo ragazzo’. Alejandro si sfoga, a quel punto, rivelando loro come e quanto le persone lo fissino, a causa dei suoi look, ma la mamma lo spiazza, perché innamorata dei suoi vestiti. ‘Sei un ragazzo normale’, gli dicono entrambi, mentre il giovane si scioglie tra le lacrime.

    July 27, 2018. Today I came out to my parents. I was so scared and it’s not easy to come out. I loved their reactions and their little advice they gave me. I can finally live my life. I love my parents and all the people that have supported me throughout my journey.
    Fonte: https://www.gay.it/attualita/news/18enne-gay-coming-out-alejandro-rodriguez