• test ultima versione novembreDopo il successo del Test Sifilide di ottobre rivolto agli MSM, si estende la possibilità a tutti di fare il Test rapido e anonimo dell’Hiv e della Sifilide per tutto il mese di novembre.

    Per promuov
    ere il Test Hiv e il Test Sifilide in modo anonimo e in un luogo informale e di prossimità, sarà possibile fare i Test senza appuntamento presso Zonaprotetta nei seguenti giovedì:
    6 novembre (dalle 14:00 alle 15:00),
    13 novembre (dalle 17:00 alle 18:00) e il
    27 novembre (dalle 14:00 alle 15:00).

    I Test vengono effettuati in collaborazione con il Servizio Malattie Infettive dell’Ospedale Civico di Lugano.

    Per maggiori info o per appuntamenti in altri orari: 091 923 80 40  o info@zonaprotetta.ch

    Allo stesso modo sarà possibile recarsi senza appuntamento al Servizio Malattie Infettive dell’Ospedale Civico (tredicesimo piano) per fare il Test il martedì dalle 17:00 alle 18:00 e il giovedì dalle 12:00 alle 13:00. Per maggiori info o per appuntamenti in altri orari: 091 8116021 oppure visita il sito del Servizio Malattie Infettive.

    Il Test rapido Hiv e il Test rapido Sifilide ha un costo di 50.- Fr., se si effettuano i due Test (Hiv + Sifilide) insieme il costo è di 60.- Fr.

  • Oggi è lo Spirit Day, una giornata per mostrare sostengo alla comunità Lgbt. Ecco cosa possiamo fare per ridurre l’omofobia

    (foto: Getty Images)

    Se oggi i profili di alcuni dei vostri contatti Facebook si tingono diviola non è un caso. Si celebra infatti lo Spirit Day contro il bullismo omofobico. L’iniziativa è nata nel 2010 da un’idea diBrittany McMillan, teenager canadese che propose di indossare, dentro e fuori la rete, abiti viola per ricordare i numerosi casi di suicidio tra i suoi coetanei gay vittime di abusi.

    Da allora, lo Spirit Day è un’occasione per manifestare sostegno alla comunità Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali) e dire no al bullismo contro chi è diverso. “Quello omofobico è una particolare forma di bullismo le cui vittime sono attaccate a causa dell’orientamento omosessuale (reale o presunto) o del loro ruolo di genere non conforme alle aspettative sociali” spiega lo psichiatra Vittorio Lingiardi, docente alla Sapienza di Roma, che ha condotto un’indagine conoscitiva tra le scuole della capitale nell’ambito del progetto Le cose cambiano.

    Che si esprima in forma di derisione, scherzi di cattivo gusto o violenze vere e proprie” , continua Lingiardi, “il bullismo omofobico e di genere è un fenomeno allarmante e doloroso. Causa dispersione scolastica, insicurezza psicologica, difficoltà relazionali. È un’esperienza traumatica che lascia il segno per tutta la vita. È nostro dovere, dunque, capirne le cause e combatterlo”.

    Come? Ecco 10 passi per contrastare il bullismo omofobicosuggeriti a Wired.it proprio da Lingiardi, Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia, una rete di persone che operano per i diritti civili, e Davide Zotti, responsabile nazionale scuola Arcigay.

    1. Mettere al bando l’indifferenza.
    Se siamo testimoni di una situazione di bullismo non dobbiamo far finta di niente, ma manifestare solidarietà alla vittima, costruire una rete di persone che possano aiutarla e denunciare quanto accaduto, agli insegnanti, ai genitori, agli adulti presenti, alle associazioni, come per esempio Arcigay, o alla Rete Lenford, l’avvocatura per i diritti Lgbt. E non bisogna girare lo sguardo neppure di fronte a scritte omofobiche, nei bagni, negli spogliatoi delle palestre, sui muri: sono inaccettabili e come tali devono essere cancellate.

    2. Raccontare il silenzio e dare un volto all’omosessualità.
    Per disinnescare il bullismo omofobico è importante favorire la visibilità e l’incontro con persone Lgbt, perché il contatto favorisce il rispetto della normalità di essere ciò che si è. Perché conoscendo persone e non categorie si abbassano le resistenze e si mettono in discussione gli stereotipi.

    3. Tutti i cittadini devono essere uguali davanti alla legge, indipendentemente dall’orientamento sessuale.
    L’omofobia produce minority stress. E in Italia,  spiega Lingiardi, minority stress è anche la mancanza di riconoscimento giuridico (e quindi simbolico) per la vite affettive e familiari delle persone omosessuali. Il mancato riconoscimento delle relazioni omosessuali implica una delegittimazione delle persone gay e lesbiche, che finiscono per trovarsi confinate in una zona grigia, a un livello di cittadinanza minore, che favorisce la svalutazione, il disprezzo e la discriminazione da parte della società, ma anche di se stessi. Sicuramente un effetto collaterale dell’approvazione di una buona legge sul riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso avvierebbe un drastico prosciugamento della palude in cui proliferano l’omofobia e bullismo omofobico.

    4. Creare consapevolezza: il bullismo omofobico non ha confini.
    Il bullismo, l’emarginazione, il drammatico senso di solitudine che può provare un adolescente perché gay o lesbica non sono confinati solo a determinate fasce sociali, quelle più emarginate e disagiate. Sono trasversali, ribadisce Mancuso. Ma bisogna ancora creare consapevolezza su questo fronte, così come dobbiamo renderci conto che anche gli omofobi e i bulli sono il prodotto di un fallimento della società, di una disattenzione complessiva alle esigenze degli adolescenti.

    5. Costruire sui banchi di scuola la cultura del rispetto.
    Prima si inizia, meglio è. Per cui nei curricula scolastici delle scuole di ogni ordine e grado dovrebbero essere inseriti percorsi di educazione al rispetto delle differenze, sulla consapevolezza di sé e sull’orientamento sessuale. Di omosessualità a scuola, infatti, non se parla adeguatamente, eppure – ribadisce Zotti – è un tema trasversale a tutte le discipline, dalla storia alla filosofia, dalla letteratura alle scienze, ed è un fenomeno che ha attraversato ogni epoca.

    6. Sensibilizzare gli insegnanti e tutto il personale scolastico.
    Fare formazione sull’orientamento sessuale e sul bullismo omofobico è fondamentale. Purtroppo, infatti, ancora oggi in troppe scuole alcuni insegnanti negano che ci siano problemi di bullismo nel loro istituto. Ma non solo, dalla ricerca realizzata in 24 istituti superiori di Roma dalla Sapienza in collaborazione con l’Assessorato alla scuola e pari opportunità del Comune, è emerso che il 25% degli studenti ha sentito (almeno qualche volta) espressioni omofobiche dagli stessi insegnanti.

    7. Sensibilizzare le famiglie.
    È importante coinvolgere i genitori in un percorso di sensibilizzazione e formazione contro la violenza e le discriminazioni a causa dell’orientamento sessuale, per fornire loro degli strumenti per comprendere meglio il disagio che prova chi è vittima di insulti, soprusi, abusi per il fatto di essere gay, lesbica, bisessuale o transgeder e supportarne la crescita e lo sviluppo.

    8. Istituire sportelli psicologici nelle scuole.
    Per contrastare il bullismo omofobico, le scuole dovrebbero avere delle figure dedicate (psicologi e altri operatori sociosanitari) che possano supportare gli studenti che subiscono violenza e offrire a tutti la possibilità di un confronto su temi legati alla sessualità e all’orientamento sessuale.

    9. Far conoscere i risultati delle ricerche sulle conseguenze del bullismo omofobico.
    Diverse studi mostrano infatti gli effetti del bullismo omofobico: dispersione scolastica, sviluppo di disturbi psicologici, ripercussioni sulla sicurezza percepita e in generale sul benessere individuale.

    10. Perché sei omofobo?
    E infine, per mettere all’angolo l’omofobia e il bullismo omofobico, Lingiardi ritiene che dovremmo smettere di pensare “perché sei omosessuale?” e iniziare piuttosto a pensare “perché sei omofobo?”. “Le cose – conclude usando le parole della filosofa Martha Nussbaum – potranno cambiare quando la politica dell’umanità prenderà finalmente il posto della politica del disgusto”.

    Fonte: http://www.wired.it/attualita/politica/2014/10/16/10-passi-contro-bullismo-omofobico/

  • Come spesso accade Google nei suoi video inserisce scene di matrimoni gay e nel video di presentazione di Android L é presente la proposta di matrimonio tra due ragazzi.

  • Aids, 30 anni dopo restano ignoranza e stigma. Eterosessuali non a rischio per 80% italiani – Repubblica.it.

    MILANO – Otto italiani su 10 pensano che la categoria degli eterosessuali non sia a rischio di contagio da Hiv, il virus dell’Aids, mentre è dimostrato che tra i nuovi infetti la maggioranza relativa – addirittura il 40% – è costituita proprio dagli eterosessuali. E’ una delle contraddizioni emerse dalla ricerca di GfK Eurisko “Le conoscenze sul tema Hiv e la rappresentazione sociale del malato”, realizzata col supporto non condizionato di Gilead.

    La ricerca ha coinvolto oltre 1000 persone in tutta Italia ed è stata presentata oggi a Milano: “I risultati dimostrano quanto la percezione del malato di Hiv sia ancora legata a stereotipi e false credenze dovute probabilmente a carenza di informazioni”, ha detto Isabella Cecchini di GfK Eurisko. A trent’anni dall’esplodere della pandemia che ha anche cambiato profondamente anche il sistema di relazioni sociali nel mondo, il problema è come se fosse stato in qualche modo accantonato e la nuova disattenzione e la “carenza di informazioni” rischiano di incidere sulla prevenzione della malattia. Tra l’altro, a brillare per scarsa conoscenza e consapevolezza sono le nuove generazioni tanto che 9 giovani su 10 “ghettizzano” i malati di Hiv nella categoria dei tossicodipendenti. “Questo – ha aggiunto Cecchini – conferma che nonostante siano passati 30 anni si tende ancora a considerare l’Hiv come un problema che non ci tocca direttamente”.

    La conseguenza di questa ‘certezza’ – si tratta di una malattia che può riguardare gli altri, ma non certo noi– è che lo stigma è onnipresente come in passato: due italiani su 3 affermano che si sentirebbero a disagio e sarebbero molto preoccupati se frequentassero una persona con Hiv. Non solo, sempre due italiani su 3 credono che il datore di lavoro sia legittimato a richiedere ai propri dipendenti il test Hiv.

    “Errori dovuti a carenza di informazione, la cui responsabilità – ha detto Rosaria Iardino, presidente onorario di Network Persone Sieropositive Italia – è da ricondurre alle istituzioni  e alla politica. Da anni infatti non si sente più parlare di Hiv: a risentirne sono gli adolescenti, che si apprestano alle prime esperienze sessuali, e i giovani adulti eterosessuali che rappresentano oggi la popolazione a maggiore rischio di contrarre l’infezione”.

    Quanto alla conoscenza delle terapie, il 74% degli intervistati è consapevole che l’Hiv non è curabile, ma può essere tenuto sotto controllo con i farmaci e solo uno su 3 (32%) ritiene che siano accessibili. “L’innovazione terapeutica ha avuto un ruolo fondamentale nel modificare il decorso clinico del paziente con Hiv: da quando sono state introdotte le terapie antiretrovirali nel nostro Paese (1996), l’incidenza dell’Aids e il numero di decessi l’anno sono progressivamente diminuiti”, ha chiarito Giovanni Di Perri (Università di Torino), che ha spiegato come “oggi possiamo contare su nuove terapie monodose, più tollerabili e con meno effetti collaterali rispetto al passato, che hanno permesso di controllare la malattia nel lungo periodo, trasformandola in malattia cronica, al pari di diabete, disturbi respiratorie e cardiopatie”.

    Il test Hiv resta uno strumento importante per individuare subito l’infezione e iniziare i trattamenti con antiretrovirali, ma meno della metà degli intervistati (46%) lo indica come strumento di prevenzione e controllo e solo il 3% ritiene vi si faccia ricorso. “Non va mai sottovalutata l’importanza della diagnosi precoce – afferma Andrea Antinori, direttore delle Malattie Infettive all’Inmi Spallanzani di Roma – . E’ infatti dimostrata la correlazione tra l’inizio delle terapie e l’incremento della durata della vita”.

    Invece, ha spiegato Antinori, “in Italia, su oltre 120mila persone con diagnosi di Hiv/Aids, il 15-20% non sa della propria sieropositività e nel 2012 almeno il 50% di nuovi casi di infezione diagnosticati era già in fase avanzata della malattia”.

    La nuova monopillola – A Milano è stata anche presentata una nuova terapia che è diventata disponibile per i pazienti italiani: si tratta di una monopillola che riunisce quattro farmaci insieme (tenofovir disoproxil fumarato, emtricitabina, elvitegravir e cobicistat), che si può prendere una volta al giorno ed è ora rimborsabile anche in Italia.

    Si tratta della prima monopillola con inibitore dell’integrasi (l’elvitegravir), ha spiegato l’azienda produttrice, un potente antivirale che riesce a bloccare il virus prima che possa integrarsi nel materiale genetico della cellula. Altro componente della monopillola (Single tablet regimen o ‘Str’) è il cobicistat, in grado di prolungare la permanenza in circolo di elvitegravir. Il farmaco contiene anche altri due principi attivi impiegati da tempo nella lotta all’Hiv. Questa nuova terapia, secondo i produttori, è adatta a tutti i pazienti, compresi coloro che non sono mai entrati in terapia, purché non presentino mutazioni di resistenza ai componenti del farmaco.

    Fonte: repubblica.it